Possesso – Racconto erotico

Nota per il lettore: questo racconto fa l’amore con questo.

Amo guardarti.

Amo quel tuo modo di camminare deciso, la tua risoluzione maschia, quel tuo sapere sempre dove andare, che direzione prendere.  Amo la forma squadrata del tuo corpo, una struttura affidabile alla quale appoggiarsi sapendo che non crollerà.

Amo la forma dritta della tua mascella, la curva robusta dei tuoi muscoli che affiora nervosa, ogni tanto, sulle tue braccia. Amo la ruvidità della tua barba.

Ma più di tutto amo la tua voce. Viene da una parte profonda di te e raggiunge una parte profonda di me. Mi circonda, mi riscalda, mi indirizza. Mi placa.

(Oh poterti conoscere davvero, poter guardare dentro la tua mente e spiare i tuo pensieri come si spiano le persone dietro le finestre illuminate, la sera).

Ti osservo mentre porto la forchetta alla bocca, mentre sento il boccone dissolversi dentro di me ma non riesco davvero a godermelo perché, come al solito, anche se siamo qui da poco, riesci ad assorbire tutta la mia attenzione, un buco nero che succhia tutte le energie.

Provo a confondere le acque parlando a raffica. Se parlo, penso, mi distacco da te. Riesco a rimanere in me.

Tu mi ascolti ma non mi senti, lo so. Lo capisco da quel tuo sguardo che mi scava dentro, che mi va ad agganciare in quella parte lì, che solo tu raggiungi, come un amo dentro la gola di un pesce.

(Oh poterti avere davvero. Sapere con certezza che ci sarai sempre, lì, davanti a me, dall’altra parte del mio tavolo, sull’altro lato del mio letto, sul sedile di fianco al mio. Sapere che la tua mano scalderà sempre la mia.)

Parlo, parlo, parlo. Per distrarmi dai miei pensieri. Per tenere i tuoi occhi su di me. E le parole, non so come, scivolano su di lei.
La odio.
La odio dal primo istante in cui l’ho vista. Odio tutto di lei: la sua pelle abbronzata e il suo sorriso sicuro, odio la sua praticità che tu sicuramente apprezzerai. Che farà risaltare ancora di più le mie incapacità ai tuoi occhi. Ma più di tutto odio il fatto che lei è con te, quando non ci sono io. Che puoi guardarla senza che io sappia come.

(Oh poter credere di essere l’unica per te. Avere il monopolio del tuo desiderio, dei tuoi sguardi, della carezza della tua mano. Poter vivere in un posto lontano, dove solo tu e io siamo.)

Tu parli poco e a stento. A domanda rispondi, ma non elabori. Come se avessi paura che le parole ti potessero svelare. Ma non è questo che mi fa infuriare. È la curva maledetta del suo sorriso, quel modo in cui sollevi l’angolo della bocca, quel tuo essere irresistibile.

Sarai così anche per lei?

(Oh poter avere il dono della preveggenza. Sapere che saremo insieme sempre, che nessuna donna ti porterà via da me. Che nessuno uomo mi ruberà a te.)

Alzo la voce, ti accuso. Vorrei vederti infuriare. Vorrei che mi prendessi a schiaffi qui, nella sala illuminata del ristorante, davanti a tutti, oltraggiato dalle mie insinuazioni. Vorrei che la violenza delle tue azioni garantisse la genuinità delle tue convinzioni.

Ma tu ti limiti a rivolgermi qualche parola pacata. Sottovoce. E ancora una volta ho la sensazione che tu non sia qui. Ti sento già sotto i vestiti, dentro la pelle, sprofondato nel mio corpo. Ti sento aprirmi, esplorarmi, scostarmi le pieghe della carne con le tue dita esperte.

Il desiderio di te cresce insieme alla mia collera.

Mi alzo di scatto e sento lo schianto della sedia dietro di me. Non mi interessa.
Sono fuori dal ristorante e non so nemmeno come ci sono arrivata, so che qualcuno mi ha rincorsa e mi ha messo in mano il cappotto e la borsa. E che qualcun altro, o sono forse la stessa persona, mi ha aperto la portiera di un taxi. Che il taxi è partito sgommando, come in un inseguimento e che la cosa non mi ha stupita perché questa è una fuga: sto scappando da te.

Vieni a prendermi.

Scendo dal taxi con il cuore ancora in subbuglio, e anche se la salita lenta dell’ascensore mi calma un po’, le mani mi tremano mentre cerco le chiavi a tentoni nella borsa. Qualcuno chiama l’ascensore e il mio battito perde colpi preziosi.  Quasi mi spezzo un’unghia quando trovo il mazzo delle chiavi e lo tiro fuori con uno strappo.

La casa mi accoglie con una scacchiera di luci e ombre, dove le finestre proiettano quadrati luminosi mentre tutto il resto è buio.

Respiro con forza l’odore del nostro spazio, quel misto di te e di me e della nostra vita insieme. Lascio cadere la borsa e le chiavi, mi tiro fuori la camicia dalla gonna e me la sfilo dalla testa, non ho tempo di sbottonarmi. Mi slaccio la gonna mentre mi dirigo verso la porta del bagno. Semino tutto sul pavimento, come briciole sul tuo cammino.

Entro in bagno e giro l’interruttore, perché la luce delle finestre qui non arriva. Mi guardo allo specchio: sono io. Senza di te. Ho gli occhi grandi e impauriti. Lascio la sottoveste e la biancheria ai piedi del lavandino, apro il box della doccia e il rumore della porta di casa mi fa sobbalzare.

Sei tu. Mi hai inseguita, mi hai raggiunta, penso mentre mi affretto ad aprire il rubinetto per soffocare il rumore di tuoi passi e quello del mio cuore impazzito. Passa un momento lunghissimo prima che senta la porta del bagno aprirsi, prima che lo spostamento d’aria mi avverta che hai aperto anche quella della doccia. Prima che senta la tua mano su di me. Finalmente.

È una stretta forte, che probabilmente mi farebbe male se i miei sensi non fossero esasperati dall’eccitazione. Mi volto verso di te, e in un istante di puro terrore penso che potresti anche non essere tu.

Il sollievo di vedere il tuo viso familiare è così violento che non riesco a trattenere un moto rabbioso e ti assesto uno schiaffo in pieno viso mentre ti sento trascinarmi fuori dalla doccia. So che per nessuna ragione alzeresti le mani su di me e provo a colpirti ancora, ma tu mi blocchi stringendomi a te.

Il contatto con il tuo corpo solido, pur con tutti i vestiti addosso, mi procura una scarica di piacere che non riesco a trattenere. Mi divincolo ancora per sentire di nuovo la tua stretta rassicurante, per sentirmi avviluppata dalle tue braccia, l’unico posto dove voglio stare.

Mi lasci cadere sul letto e restiamo un attimo a guardarci. Hai occhi cupi di desiderio e labbra aride. Le mani ti tremano, forse per lo sforzo, forse per l’emozione, la tue erezione è evidente. Ed è l’ultimo pensiero che ho prima che tu arrivi sopra di me.

Quanto peserai? Forse dovrei saperlo.

Quello che so è che mentre sento il tuo corpo intrappolarmi penso che ci sono persone che si fanno legare per godere. Io non ne ho bisogno: sei tu la mia gabbia, tu sei la mia corda.

Sento il mio sesso scoppiare di piacere e mi muovo sotto di te sapendo che ogni mio movimento scatenerà una reazione. E, puntuale, tu reagisci a ogni mio spostamento, copri ogni centimetro del mio corpo. Mi muovo ancora mentre infili una mano tra di noi, armeggi con i pantaloni. Sento le tue dita prepotenti dentro di me, sembri stupirti, per un attimo, di trovarmi già così pronta. Ma non ho tempo per le tue ingenuità. Mi sposto e ti sento entrare dentro di me.

Mi scosto ancora, come per sottrarmi a te, perché voglio che mi cerchi ancora, voglio che mi cerchi sempre, voglio essere inseguita da te tutta la vita.

A ogni spostamento corrisponde una tua spinta più forte, quasi tu dovessi ogni volta riconfermare il tuo possesso su di me. A ogni spinta corrisponde un piacere più intenso: ci divincoliamo sul letto in una lotta amorosa, le tue gambe si agganciano alle mie, le tue dita si intrecciano ai miei capelli, i tuoi gemiti si propagano dentro il mio orecchio.

Poi perdo il controllo e, credo, lo perdi anche tu. Non lo so. Non so bene cosa succeda adesso. So che, per un istante almeno, qui e adesso, non c’è niente tra i nostri corpi e nessuno si interpone tra le nostre menti.

Qui e adesso sono tua. E, qui e adesso, lo so, sei mio anche tu.

Quando mi riprendo dal piacere che mi ha travolto mi domando quanto ancora questo gioco ci intrigherà. Se davvero possiamo andare avanti così.

Ci penserò in un altro momento.

Per adesso ti bacio e ti chiedo scusa. È stato sciocco, da parte mia, ti dico.

Chi è Valentina Grandi

Pugliese di nascita, milanese di adozione, Valentina vive al quarto piano senza ascensore. Sarà per questo che ha scelto un lavoro che può fare anche da casa. Ama i negozi vintage, i vecchi cinema e Milano.

2 commenti

  1. “Viene da una parte profonda di te e raggiunge una parte profonda di me”

    Che bello…!!

    Lasciarsi scavare dentro, descritto adorabilmente.

    L.

  2. Grazie LipsClosed! Adoriamo i tuoi commenti. 😉

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