Cosa succede quando le rose non fioriscono (o di come gestire il rifiuto in amore)?

Che si tratti di un lungo amore che finisce per scelta di uno solo dei membri della coppia o della una storia di una sera che rimane senza futuro passando per tutte le sfumature che la realtà umana possa immaginare, gestire il rifiuto da parte di una persona che ci attrae, ci sta simpatica o che amiamo è una delle esperienze più difficili, formative e, a volte, devastanti che possiamo vivere.

Scopriamo insieme gli strumenti che ci possono aiutare a superare questa fase e a uscirne indenni e, possibilmente, più forti e maturi di prima.

Lo scenario tipo

Ovviamente non esiste, e varia con la varietà umana. Ci sono persone che si sentono rifiutate se il compagno di una sera non richiama il giorno dopo e persone che si vedono abbandonate dalla persona che le è stata accanto per tutta la vita.

Qualunque sia il caso, la risposta, come spesso accade, è dentro di te. Lì si trovano le risorse per affrontare quest’esperienza, non delle più piacevoli, ma indubbiamente fra le più formative.

  1. Non è lui (lei), sei tu

Lui (lei, loro) ti ha rifiutato. È evidente che, come spesso accade, l’intera esperienza risiede nella tua sensibilità. Se tu non ti senti rifiutato, nemmeno il fallimento di un matrimonio ventennale potrà scalfirti. Viceversa, puoi sentirti rifiutato anche dalla persona che, per strada, non ricambia il sorriso o l’occhiata civettuola che le hai rivolto.

Comincia quindi sempre con una sacrosanta autoanalisi. Come mai questo rifiuto ti brucia così tanto? È perché davvero ci tieni alla persona che hai perso o perché una forma di orgoglio ti rende particolarmente suscettibile al rifiuto? Rispondere a questa domanda, che potrebbe sembrarti tediosa, in realtà ti aiuta moltissimo a mettere le cose in prospettiva.

Se sei veramente afflitto per la perdita (concreta o potenziale) dell’oggetto del tuo interesse, ti sarà più facile vivere questo sentimento scevro da qualsiasi inquinamento, se si tratta di una mera questione di orgoglio, sarà molto più semplice sgonfiare il palloncino e venire a patti con il fatto che nessuno, nemmeno tu, è irresistibile per chiunque.

2. Vivere il dolore va bene. Fino a un certo punto

È ovvio che, a seconda della situazione, il grado di dolore che il rifiuto comporta varia notevolmente. Chi si vede rifiutato dalla persona amata potrebbe cadere in un profondo stato di prostrazione, chi si vede rifiutato dalla cotta del momento avrà vita più facile (non sempre, conosciamo tutti persone super pronte a fantasticare su quello che non è stato, proprio perché non è stato). Ma in ogni caso va bene, è giusto e sano abbandonarsi al dolore. Eppure vale la pena fissare, dentro di noi, una scadenza, realistica, di questo abbandono. Entro una settimana, due, tre mesi, un anno, dobbiamo voltare pagina. Fissare la scadenza non serve a niente, se non a darci la misura del tempo che passa e dei progressi che (non) facciamo.

Se, nei casi più gravi, dopo la prima e, magari, la seconda scadenza, le cose non sono ancora cambiate, è lecito e raccomandabile chiedere l’aiuto degli amici, dei propri cari, di uno specialista. Fare tutto da soli non ci rende dei super eroi o delle persone migliori, semplicemente ci rende… più soli.

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3. Analizzare la situazione va bene. Fino a un certo punto

Va benissimo chiamare gli amici e sottoporre loro chilometri di screenshot di conversazioni. È lecito, è umano, lo abbiamo fatto tutti. Ma anche qui c’è un limite. Dobbiamo imparare a distinguere quando l’ossessione per la persona in sé si trasforma in ossessione pura. Quando il pensiero dell’altro vien sostituito dal pensiero del pensiero dell’altro. Insomma, quando il tuo arrovellarti su quello che poteva essere e non è stato, su quello che è andato storto e su quanto l’altro ti abbia fatto torto, diventa fine a se stesso. Lo ribadiamo, è lecito sviscerare la situazione, così come è lecito volerla capire fino in fondo e anche un po’ di più. Ma il troppo stroppia anche in questi casi.

E siccome quando siamo dentro al nostro trip è molto difficile capire a che punto del cammino ci troviamo, un modo semplice e indolore è affidare lo scettro della decisione alle nostre persone più care, autorizzarle a dirci quando abbiamo superato il limite e fidarci del loro giudizio.

4. Non sei tu, è lui (lei)

La fregatura (passaci il termine) del rifiuto è che, specie se se ne incassano più di uno di fila, crea la sensazione, vividissima, di essere noi il problema. Non diremo al secondo, ma certamente al terzo rifiuto difilato, il (la) poveretto inizia a guardarsi allo specchio, figurativamente, e a domandarsi cosa ci sia che non vada in lui (lei).

Ora, niente è più falso, eppure verosimile, di questa sensazione. Per ogni persona che non ci apprezza, non ci trova attraenti e divertenti, ce ne sono il doppio che pensano esattamente il contrario. Perché non le troviamo, dirai tu? Indubbiamente un atteggiamento vittimista in cui ci immaginiamo come dei reietti, non ci aiuta a sentirci e quindi renderci attraenti e a far venire fuori le nostre qualità. Smettiamola di pensare a chi ci ha rifiutato, il mondo è pieno di persone più simpatiche, più attraenti, più giuste per noi.

5. Le scarpe degli altri

Forse questo è il consiglio più difficile da mettere in pratica ma, probabilmente, anche il più utile. Prova a empatizzare con la persona che ti ha rifiutato. Soprattutto se la conosci abbastanza, prova a metterti nei suoi panni, ad ‘indossare le sue scarpe’, a capire i motivi della sua scelta. Magari è una persona che è appena uscita da una storia lunga e dolorosa. Prova a ripensare a come stavi tu, all’indomani di una rottura importante: magari anche a te, in quel periodo, il solo pensiero di ricominciare una relazione, quello stesso pensiero che adesso ti sembra così allettante, faceva orrore. Magari è una persona che non ha mai avuto una relazione.

Magari non lo conosci, è un uomo (una donna) che hai incontrato su Tinder, con il quale hai chattato, magari l’hai incontrato un paio di volte, ti è piaciuto ed è scomparso nel nulla? Capita, amici, capita più spesso di quanto vorremmo. Eppure, anche in questo caso, prova a metterti nei suoi panni. A ragionare con la sua testa. Rileggi solo i suoi messaggi, tralasciando i tuoi. Magari concluderai che si tratta di una persona che ti piaceva per i motivi sbagliati, magari ti piaceva proprio perché era sfuggente. Magari non ti piaceva affatto ed è il semplice fatto che sia scomparso a renderlo interessante (e qui si torna al punto 1!).

6. Attenzione alle supposizioni

È uno dei meccanismi più naturali: quando veniamo rifiutati ci inoltriamo in un ginepraio di supposizioni. Magari c’è un’altra persona di cui non siamo a conoscenza, magari qualcuno ha parlato male di noi, magari abbiamo detto o fatto qualcosa di sbagliato…

In realtà, l’atteggiamento che dobbiamo avere è proprio l’opposto, invece di provare a spiegare il rifiuto dal nostro punto di vista, dovremmo provare a vederlo dal punto di vista della persona che ci ha rifiutato. E pensare che le supposizioni, soprattutto se non sono fondate, possono essere dei ragionamenti perfetti basati su presupposti completamente falsi. Sarai d’accordo anche tu che ci sono modi più produttivi per impiegare le nostre energie!

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