LELO_VOLONTE_Di questi tempi

Di questi tempi (una storia esibizionista)

Era diventato il suo rituale preferito da quando era chiuso in casa. Lavorava tutto il giorno, chino sul suo computer, si alzava poco, il più delle volte per raggiungere il frigo. All’inizio era disorientato, irrequieto, poi, a poco a poco l’eccezione era diventata normale e si era accoccolato in questa nuova routine come una crisalide nel suo bozzolo. La colazione con calma, il lavoro in pigiama, la barba che si allungava insieme ai capelli, le ore di lavoro davanti al computer, qualche gioco, qualche videochiamata. Le serate erano più difficili. Non era un amante della tv e nemmeno dei libri. In tempi normali, all’uscita dall’ufficio sarebbe andato in palestra, o a cena con qualcuno, un amico o un’amante. In tempi normali sarebbe tornato a casa solo per dormire.

In tempi normali non avrebbe mai scoperto la ragazza che viveva di fronte a lui. Era separata da una piccola via, non troppo larga e poco trafficata. Di questi tempi poi, non ci passava quasi nessuno. Di giorno la luce che si rifletteva sui vetri gli impediva di guardare dentro. Ma di sera, di sera…

Era diventato il suo rituale preferito, ma era cominciato tutto per caso. Erano ancora quei primi tempi, irrequieti e disorientati. Si era fatto buio nella stanza e lui aveva acceso la luce accanto a sé. Poco dopo, qualcosa era cambiato nel suo campo visivo, aveva alzato lo sguardo e si era reso conto che anche la stanza di fronte alla sua si era illuminata. Si era sorpreso di vederla così nitidamente, in dettaglio, il letto bianco, l’armadio a destra, una piccola poltrona proprio nell’angolo della finestra e poco altro.

Aveva realizzato immediatamente che anche lui, adesso che aveva acceso la luce, era in primo piano, con la sua barba lunga e il suo pigiama grigio che non cambiava da non sapeva più quanto tempo. Si era alzato per abbassare la serranda ed era stato allora che l’aveva vista. Era bruna, con le forme morbide ed appariva incredibilmente nitida, anche lei, come la sua camera. Indossava un paio di pantaloncini che a fatica contenevano il suo sedere ampio, un piccolo top che copriva il seno piccolo e dei calzini bianchi. Era rimasto interdetto, con le mani sulla corda della serranda. Lei aveva aggiustato lo schermo di un computer e si era seduta a terra con le gambe incrociate. La grande finestra, che arrivava fino a terra, la inquadrava tutta.

Allora lui aveva abbassato la serranda: il rumore aveva attratto la sua attenzione e lei si era girata e per un attimo si erano guardati e, gli era sembrato, lei gli aveva sorriso. Difficile dirlo a quella distanza.

Aveva approfittato di quell’interruzione per andare a prendersi una birra in cucina e quando era tornato aveva provato a spiare tra le fessure della serranda, lei era lì, davanti al computer, che faceva una serie di movimenti armoniosi.

In tempi normali non avrebbe mai saputo che la sua vicina di casa seguiva regolarmente lezioni online. In tempi normali, la sua vicina chissà dove sarebbe stata a quell’ora. Probabilmente a bere un aperitivo in qualche posto pieno di gente. Oppure in palestra, come lui, a tenere in forma quel corpo succulento, così minuto e adolescente nella parte alta e così ampio e accogliente dalla vita in giù.

Non seguiva sempre la stessa lezione, a volte la vedeva agitarsi e ballare, altre volte allungarsi e respirare in strane posizioni. Una sera, ed era stata la sua preferita, l’aveva guardata per più di mezz’ora, mentre stava immobile, davanti al computer, con le cuffie nelle orecchie, gli occhi chiusi.

Dopo quella prima sera, dopo quel primo sorriso (ma chissà se c’era stato davvero?), lui non aveva più chiuso la serranda, se lei avesse voluto della privacy avrebbe potuto abbassare la propria. In fondo, si diceva, come lei, anche lui non si nascondeva: quando lei accendeva la luce e posizionava il computer, lui accendeva la sua, se non l’aveva già fatto e, spesso e volentieri, abbassava lo schermo del suo portatile e stava lì, a guardarla muoversi, con una birra in una mano e l’altra appoggiata sul suo sesso, sotto la scrivania. Non si accarezzava, stava lì, a sentire il calore del proprio corpo, mentre immaginava quello di lei, che si scaldava con l’esercizio.

Quando aveva finito la sua lezione, lei si girava verso di lui e gli mandava un saluto con la mano, prima di abbassare la serranda per la notte. Allora lui staccava la mano dal suo sesso e rispondeva al saluto. La sera, quando era a letto, si masturbava come un ragazzino e ogni volta pensava a lei, a quello che si nascondeva sotto quei pantaloncini e quel piccolo top. A come l’avrebbe spogliata di tutto, tranne di quei calzini bianchi.

Quando il primo sabato era arrivato, lui era uscito a far la spesa e aveva sperato di incontrarla, ma invano. Poi aveva passato la giornata a cucinare un po’ di scorte e a chiamare un po’ di amici e quando l’ora della lezione era arrivata, era andato in camera con l’ansia di non trovarla. Aveva acceso la luce, si era seduto alla sua scrivania, il computer chiuso davanti a sé. Era rimasto ad aspettarla a lungo, ma lei non era venuta. Allora era andato a prepararsi una cena triste e quando era tornato in camera aveva trovato che la sua serranda era già abbassata. Si era sentito tradito. Aveva passato un fine settimana terribile. Il lunedì non aveva combinato quasi niente e quando l’aveva vista accendere di nuovo la luce, con i suoi pantaloncini corti e i suoi calzini bianchi, si era sentito invadere dalla gioia.

Lei gli aveva fatto un cenno di saluto prima di cominciare e lui era andato a prendersi una birra per godersi lo spettacolo del suo corpo che si muoveva di fronte a lui.

Adesso il sabato si avvicinava minaccioso e lui non sapeva bene come affrontarlo. Dare per scontato che lei non si sarebbe presentata ed evitare la delusione rimanendo in cucina e in salotto fino al momento di andare a dormire? Poi non aveva resistito, aveva preso una birra, era andato in camera, aveva acceso la luce e si era messo davanti alla finestra, in piedi. Quando la luce si era accesa nella stanza davanti a lui, aveva sentito il cuore quasi scoppiare, per un attimo aveva temuto di vederla entrare con un uomo, o di veder entrare qualcun altro al posto suo. Ma era sempre lei, indossava un accappatoio bianco e un asciugamano sulla testa a raccogliere i capelli bagnati. Aveva alzato la mano come al solito, in segno di saluto. Lui aveva alzato la birra, come a dire ‘salute!’. Allora lei aveva sollevato una mano ‘aspetta’. Era sparita di nuovo, fuori dalla porta. Lui aveva capito ormai che il resto della casa doveva svilupparsi su un altro lato perché quando usciva dalla camera non la poteva seguire nelle stanza adiacenti. Aveva trangugiato due o tre sorsi di birra e lei era tornata. Aveva una bottiglia e un bicchiere in mano. Si era versata un liquido rosso nel bicchiere. Lo aveva alzato anche lei e si erano scambiati un altro brindisi. Avevano bevuto entrambi, senza staccarsi gli occhi di dosso. E per un po’ erano rimasti così, a guardarsi e a bere. Poi lui aveva preso il coraggio a quattro mani e le aveva fatto un gesto come per dire ‘Togliti l’accappatoio’. Lei aveva riso. Non riusciva a vedere con sicurezza i suoi lineamenti, ma si capiva da come si muoveva che stava ridendo. Non si era tolta l’accappatoio, ma aveva risposto come a dirgli ‘Togliti tu la camicia.’

Lui aveva deglutito. Aveva appoggiato la birra sulla scrivania, di fianco al computer. Si era portato una mano ai bottoni della camicia e aveva iniziato a sbottonarla esagerando i gesti. La buttava sempre sul ridere quando era imbarazzato, alle donne piaceva. Lei rideva infatti, oltre le finestre che li separavano, ormai aveva imparato a riconoscere la sua risata anche se non riusciva a distinguere perfettamente il suo viso. Quando era arrivato all’ultimo bottone si era tolto la camicia ed era rimasto a torso nudo davanti a lei. Lei gli aveva detto ‘Anche i pantaloni.’ ‘No, tu!’ aveva protestato lui. ‘No, tu!’ Aveva ribattuto lei. Aveva lanciato un’occhiata nervosa alle altre finestre, chissà se qualche vicino indiscreto si nascondeva dietro quegli occhi bui. Poi aveva deciso che non gli importava. Si era portato una mano alla cintura, l’aveva sfilata lentamente, si era sbottonato i pantaloni e aveva tolto anche quelli. Lei si era slacciata l’accappatoio, lui aveva trattenuto il fiato per un attimo. Lei aveva puntato un indice verso di lui, poi l’aveva girato verso di sé, poi aveva sollevato l’altra mano e aveva unito i due indici. Aveva ripetuto il gesto più volte e lui finalmente aveva capito: ‘io e te insieme’. Aveva agganciato con le dita l’elastico dei boxer, con un gesto veloce se li era sfilati mentre lei lasciava cadere l’accappatoio a terra. Erano rimasti così, a divorarsi con gli occhi. Poi lei aveva spostato la poltrona, l’aveva fatta arretrare leggermente e l’aveva messa al centro della finestra. Allora anche lui aveva fatto lo stesso, aveva spostato il computer e la bottiglia di birra e si era seduto sopra la scrivania: in questo modo era sicuro che solo lei potesse vederlo. Aveva iniziato ad accarezzarsi quasi inconsapevolmente, la sua mano era andata automaticamente a cercare il suo sesso, mentre lei si accomodava meglio sulla poltrona, si lasciava scivolare sullo schienale, la testa un po’ riversa all’indietro, le gambe leggermente divaricate.

Avevano cominciato a toccarsi così, senza staccarsi gli occhi di dosso, anche se lei ogni tanto gettava la testa all’indietro, ma poi tornava sempre a guardarlo. Lui invece non staccava gli occhi da lei, non sbatteva nemmeno le palpebre per paura di perdersi un istante di quella scena. Ogni tanto si fermava, la mano avvolta intorno al sesso, mentre lei si contorceva sulla poltrona, chiudeva gli occhi forse, si perdeva. Finalmente l’aveva vista riversare la testa all’indietro con una finalità che non gli aveva lasciato dubbi, la mano che si muoveva sempre più veloce sul suo sesso scuro che era proprio come se l’era immaginato lui, piccolo e delizioso in mezzo ai suoi fianchi forti. L’aveva vista abbandonarsi agli spasmi dell’orgasmo e allora era venuto anche lui, gli era bastato pochissimo perché era sull’orlo da tantissimo tempo. Non era stata molto a lungo in quella posa abbandonata lei, si era alzata quasi subito per coprirsi con l’accappatoio e anche lui si era rivestito, a malincuore. Lei aveva ripreso in mano il bicchiere e si era avvicinata alla finestra. Avevano fatto un altro brindisi prima di tirare giù le serrande.

 

Chi è Valentina Grandi

Pugliese di nascita, milanese di adozione, Valentina vive al quarto piano senza ascensore. Sarà per questo che ha scelto un lavoro che può fare anche da casa. Ama i negozi vintage, i vecchi cinema e Milano.

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