La prima volta di Marco e Giacomo

Una storia liberamente tradotta dallo spagnolo. Qui puoi leggere l’originale di Rafa de la Rosa

Osservo per l’ennesima volta la mia immagine riflessa nello specchio, mi cambio per l’ennesima volta la camicia. Indosso la giacca leggera, infilo una mano nella tasca per essere sicuro di aver con me i preservativi. Sarò presuntuoso a pensare che mi potranno servire? Afferro le chiavi della macchina ed esco di casa senza specchiarmi più, tanto niente mi andrà bene stasera.

Mi dirigo verso il centro dove si trova il ristorante che abbiamo prenotato per la cena degli ex compagni di classe. Non ero sicuro di andare. Fin quando Marco non aveva confermato la sua partecipazione.

Sono passati quindici anni dall’ultima volta che l’ho visto e le gambe mi tremano come allora. Mi sento idiota, ma non posso fare a meno di ricordare quel pomeriggio di quindici anni fa, quel giorno in cui avevamo avuto i risultati degli esami di maturità.

Ricordo ancora che indossavo un paio di pantaloni corti di lino e una maglietta degli Iron Maiden, ma ricordo soprattutto il sollievo per la fine degli esami. Ricordo il sole che cercava di farsi strada attraverso ogni fessura nel salotto in penombra e la prospettiva di avere davanti a me lunghe giornate da riempire.

Avevo invitato Marco da me per il pomeriggio, l’indomani sarebbe partito per le vacanze e, al ritorno, sarebbe andato all’università in un’altra città, e io volevo passare più tempo possibile con lui prima che tutto ciò accadesse. La scusa era stata quella di guardare un film, non ricordo assolutamente quale, ma avevamo preso l’abitudine di guardare thriller insieme prima di uscire con gli altri.

Però quel giorno Marco era diverso dal solito, l’avevo capito subito, era teso, sedeva rigido sul divano.

‘Che cos’hai?’ Gli avevo chiesto approfittando di un silenzio nel film.

‘Niente.’ Mi aveva risposto con una voce che denotava esattamente il contrario.

Avevo messo il video in pausa e mi ero girato verso di lui per guardarlo dritto negli occhi.

‘Stai tranquillo, Marco, hai fatto bene all’esame, sono sicuro che ti prenderanno a Medicina.’

‘Non c’entra niente.’ Aveva risposto precipitoso, si era fermato un attimo a guardarmi con uno sguardo che non capivo. ‘Guardiamo il film adesso, non ho voglia di parlarne.’

Aveva allungato il braccio verso di me per prendere il telecomando, ma poi l’aveva ritirato verso di sé, vuoto.  Non sopportavo di vederlo così.

‘Non sono stupido, Marco, dimmi cosa c’è che non va, lo so che c’è qualcosa!’ Avevo insistito.

‘C’è che non voglio andarmene senza prima aver fatto questo.’

E prima che potessi reagire in qualsiasi modo, aveva appoggiato le sue labbra sulle mie. Non so quanto tempo era passato così, so che il mio primo impulso era stato di separarmi ma c’era qualcosa lì, sulle labbra del mio migliore amico, che mi teneva ancorato al divano. Prima che potessi capire di cosa si trattava, Marco si era allontanato da me e si era alzato per andarsene. Avevo allungato una mano per trattenerlo ed eravamo rimasti un attimo immobili, entrambi stupiti dal mio gesto. Mano nella mano.

‘Aspetta.’ Avevo detto finalmente.

Aveva cominciato a parlare come un fiume in piena, dicendo cose senza senso, finché gli avevo chiuso la bocca con un altro bacio e finalmente mi ero reso conto di quanto lo avevo desiderato, quel bacio. Avevo afferrato il suo collo e i suoi fianchi e, con delicatezza lo avevo attirato a me. Le sue mani tremavano come le mie mentre le sue dita si infilavano tra i miei capelli. A un certo punto, in quella danza di baci e di carezze, eravamo caduti sul divano, il suo corpo sul mio, le sue gambe intrecciate alle mie.

Avevo percorso la sua schiena con le mie dita e la sua pelle mi sembrava incandescente sotto il mio tocco. Mi ero tolto la maglietta per abbassare la temperatura, ma lui si era tolto la sua e mi ero ritrovato avvolto dal calore del suo corpo.

‘Aspetta, aspetta, aspetta.’ Avevo detto allontanandomi da lui per un attimo. Il mio petto si alzava e si abbassava impazzito, ero incapace di trovare il giusto ritmo per respirare.

‘Mi dispiace.’ Aveva detto lui ‘Non avrei dovuto fare nulla.’

‘Non è quello.’ Lo avevo trattenuto, mentre già lui faceva per alzarsi. ‘È che… sei sicuro di voler continuare?’

‘E tu?’

No che non lo ero. Non quando sapevo che stava per andarsene. Non quando i suoi baci erano arrivati così tardi. Ma proprio per quello non volevo sprecare un secondo di più. Avevo sorriso e mi ero chinato a baciarlo di nuovo. Il suo corpo si era rilassato immediatamente al tocco delle mie labbra.

Le sue mani mi avevano percorso il petto e avevo sentito le sue dita indugiare sull’orlo dei mie pantaloni. Sapevo cosa stava per fare e anche se morivo dalla vergogna, non volevo fermarlo. Per non doverlo guardare dritto negli occhi, avevo continuato a baciarlo. E la sua mano ne aveva approfittato per entrarmi sotto le mutande. Ho portato la mia mano libera sul cavallo dei suoi pantaloni e ho sentito la pressione del suo sesso contro la stoffa. Ho allentato il bottone per dargli sollievo e mosso la mano su di lui, incerto.

Gli ho baciato il collo, la clavicola, e mi sono spinto verso il basso, lasciando una scia di baci lungo il mio percorso. Mi sono fermato un attimo all’altezza del suo ombelico. Ero imbarazzato, ma sentivo anche di essere arrivato a un punto di non ritorno, per lui, per la nostra amicizia, ma anche per la mia vita futura. Mi ero spinto ancora più in basso, avevo aspirato l’odore del suo sesso e non avevo potuto fare a meno di notarne la punta già bagnata.

Gli avevo abbassato i boxer e avvolto il suo sesso con le mie labbra. Il gemito che era sfuggito dalle sue labbra mi aveva spinto a continuare. Mi ero tolto i pantaloni e avevo iniziato a toccarmi mentre tenevo la sua erezione in bocca.

‘Aspetta’, mi aveva detto e mi aveva preso per il mento per farmi sollevare fino alle sue labbra. Mi aveva fatto sedere sul divano e si era inginocchiato davanti a me. Le mani gli tremavano e quanto a me, mi sentivo morire dalla tensione e dall’eccitazione in quella situazione così nuova.

Un sorriso timido era apparso sulle sue labbra prima di accostarsi a me. Non era la prima volta che ricevevo sesso orale, ma il contatto delle sue labbra sul mio sesso caldo era qualcosa di completamente nuovo.

Ho arcuato la schiena inconsciamente e mi sono lasciato andare. Ho infilato le mani nei suoi capelli arruffati, seguendo il ritmo dei suoi movimenti su di me. A un certo punto ho sentito il suo braccio sfiorarmi la gamba e mi sono reso conto che si stava masturbando. E non so perché, ma questa cosa mi ha eccitato in maniera incomprensibile.

Allora l’ho allontanato dalla mia erezione e l’ho fatto sedere accanto a me. Avevo bisogno delle sue labbra e avevo bisogno di vedere come si masturbava al mio fianco. Ho cominciato ad accarezzarmi io stesso. Le labbra di Marco si spingevano più forte contro le mie, mentre le sue gambe si allungavano in uno spasmo involontario. Sapevo cosa stava per succedere e volevo vederlo. Ho afferrato la sua nuca per non separarmi da lui e ho ruotato la testa e aperto gli occhi per vedere il suo seme riversarsi sulla sua pelle nuda. E quando una goccia è caduta sul mio braccio, sono venuto anch’io.

Quel pomeriggio non abbiamo visto film, né siamo usciti con gli amici. Siamo rimasti a casa mia, a mangiarci di baci fino a notte fonda. Quando stava per andarsene lo avevo fermato sulla porta.

‘Resteremo in contatto, vero?’

‘Certo, ci sentiremo ogni giorno.’ Mi aveva risposto. ‘Non ho intenzione di dimenticarmi di te, Giacomo.’

‘Perché non mi hai baciato prima?’ Gli ho chiesto con un disappunto un po’ forzato, ma in fondo vero. ‘Promettimi che ci rivedremo.’

‘Promesso.’ Mi aveva risposto lui.

Ma non era vero. Ci siamo sentiti per un po’, all’inizio, poi siamo stati risucchiati dalle nostre vite e il silenzio è calato fra di noi. Fino a stasera.

Mi fermo all’ingresso del ristorante, felice e nervoso all’idea di rivederlo.

‘Giacomo?’ Sento una voce alle mie spalle e ogni centimetro della mia pelle va in tensione. Mi giro per vedere il proprietario di quella voce, ed eccolo lì, Marco, con gli stessi capelli scuri arruffati, un po’ più grande, un po’ più bello. Ma lo stesso Marco che mi baciò quel pomeriggio dopo gli esami, sul divano di casa dei miei.

‘Te l’avevo promesso che ci saremmo rivisti.’

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Chi è Valentina Grandi

Pugliese di nascita, milanese di adozione, Valentina vive al quarto piano senza ascensore. Sarà per questo che ha scelto un lavoro che può fare anche da casa. Ama i negozi vintage, i vecchi cinema e Milano.

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