Il gioco della studentessa e del professore

Leggi l’ultimo eccitante racconto che abbiamo trovato nella nostra casella di posta. Lo firma ‘Domenico’. Se hai scritto anche tu una storia, è inedita, e pensi possa essere adatta al nostro blog, contattaci qui.

Si è vestita per l’occasione. Come sempre, del resto. Indossa una camicetta bianca di cotone che si tende sul seno e una gonna nera a pieghe lunga fino al ginocchio.

Lui indossa un completo formale con sotto un gilet di lana a dare un tocco di realismo. 

Lei finisce di sistemarsi i capelli e bussa alla porta. Passa un po’ di tempo, poi ‘Avanti!’ dice la voce secca di lui. 

Non solleva lo sguardo su di lei, ma continua a leggere il documento che è appoggiato sul tavolo davanti a lui, sottolineando qua e là. Lei aspetta composta, in piedi. Adora curare ogni minimo dettaglio, le permette di calarsi nella parte e goderne appieno. Anni di esperienza con quel gioco le hanno insegnato che o tutto o niente, non puoi giocare se ti ritrovi a pensare alla lista della spesa o al fatto che lui forse ha messo su qualche chilo.

‘Voleva vedermi, professore?’ Chiede finalmente. Lui sottolinea un’ultima parola poi, con calma, si toglie gli occhiali e solleva il suo sguardo azzurro su di lei. Ed è allora che, per la prima volta, lei sente un brivido percorrerla tutta. Perché anche lui è perfetto, completamente calato e credibile nella parte. La osserva a lungo mentre lei si sente sbocciare sotto il suo sguardo. 

‘La volevo vedere, sì.’ 

Ci sono due sedie davanti al suo tavolo, ma lei rimane in piedi e lui non la invita a sedersi. Piuttosto la squadra dall’alto in basso, soffermandosi per un attimo solo sui bottoni della camicetta che sembrano voler scoppiare da un momento all’altro. Sui capezzoli che, a quel primo brivido, si sono messi sull’attenti e informano la stoffa morbida del reggiseno, della camicetta bianca.

Passano ancora minuti interminabili, in cui lui continua a squadrarla e lei si sente forzata ad abbassare lo sguardo mentre sente le guance imporporarsi di piacere.

Un rumore la convince ad alzare lo sguardo, lui ha aperto un cassetto e tirato fuori un quaderno spiegazzato. 

‘Che cos’è questo?’ Chiede lui aprendo il quaderno e iniziando a sfogliarlo.

‘È il mio diario.’

‘Il suo diario.’ Ripete lui lentamente.

‘E cosa scrive nel suo diario?’ Lei esita un attimo, le guance in fiamme.

‘È un documento privato.’

‘Cosa scrive nel suo diario?’ Ripete lui, senza alzare la voce.

Lei deglutisce, ma quando lui la guarda di nuovo con quello sguardo freddo, risponde spavalda.

‘I miei pensieri.’

Lui inforca di nuovo gli occhiali.

‘Sette gennaio: ogni volta che il professore parla non ascolto nemmeno una sola parola ma penso solo ai modi in cui potrei soddisfarlo.’ ‘Quindici gennaio: il professore è l’uomo più sexy che abbia mai visto, passo le giornate a immaginare come sarebbe fare l’amore con lui.’ ‘Venti gennaio: vorrei avere la testa del professore tra le mie gambe.’

Si scambiano un nuovo sguardo di sfida. 

‘Sono questi i suoi pensieri? I pensieri di una studentessa universitaria?’

‘Sì.’ La voce di lei è forte e chiara. Ci siamo quasi e l’umidità nelle sue mutande le fa capire che sta andando tutto alla grande. 

Lui non dice nulla, si china verso un cassetto della scrivania, ne estrae un lungo frustino e lei sente l’umidità dilagare.

Lui si alza, si abbottona la giacca. Lei pensa che anche se fosse davvero il suo professore non potrebbe fare a meno di volerselo scopare. 

Le gira intorno.

‘Sa che sono un uomo sposato?’

Alza il frustino ad accarezzarle i contorni del viso, lo fa scivolare lungo il collo, lo insinua tra i bottoni tesi della camicia. 

‘Risponda!’

‘Sì.’ Ammette lei. È un istante, lui tira il frustino verso di sé e il bottone schizza via. Lei trasalisce mentre i suoi seni morbidi, avvolti dal reggiseno di cotone fanno capolino dalla camicia. 

Lui solleva di nuovo il frustino e lo fa scorrere tra i seni, lungo il suo ventre, lo fa scivolare tra le sue gambe, lo porta all’altezza dell’inguine, lo insinua nella sua fessura. Lei si fa sfuggire un grugnito di piacere. Lui si fa vicino al suo orecchio.

‘Sa che, anche se non fossi un uomo sposato, questa sarebbe la cosa più inappropriata che potrei fare.’ Glielo sussurra all’orecchio e lei si sente squagliare al calore del suo fiato.

Si è fatto vicino adesso e fa scivolare il frustino sulla sua fessura fino a raggiungere il clitoride con l’impugnatura. Lei chiude gli occhi e sospira ancora.

‘Risponda!’

Lei deglutisce:

‘Credevo che le cose inappropriate fossero la sua specialità.’

Vorrebba abbandonarsi contro di lui e godere così, sostenuta dalle sue braccia. Ma sa che il programma è un altro. 

E infatti:

‘Sa la punizione che le spetta?’

Non ha smesso di muovere l’impugnatura del frustino contro la sua vulva bagnata, di farle apprezzare ogni minima nervatura dell’oggetto, lei è convinta di riuscire a sentire l’odore del cuoio. Sa che basterebbero pochi minuti ancora per farla venire. Sa anche che non succederà.

‘Non vedo l’ora.’ Risponde lei. E mentre risponde già si abbassa ad appoggiare le mani sul tavolo, già scosta i piedi per sostenersi meglio, già si prepara ad accogliere il primo colpo. Lui si pone dietro di lei. La osserva per un attimo e pensa che potrebbe godere anche così, solo a guardarla. Poi si avvicina, le solleva la gonna, le sfiora le natiche (lei ha un brivido), le infila le mutande nel solco tra i glutei. È tentato, fortemente tentato, di toccarla lì dove la macchia di umidità gli fa capire che lei vorrebbe essere toccata, ma si trattiene. Il gioco è bello quando dura poco, ma finché dura è bellissimo. 

‘Oggi saranno venti.’

Lei non dice nulla. Venti sono tante. 

‘Mi aspetto che conti.’

Venti sono tante, ma passate le prime cinque tutto un po’ si confonde nella loro mente. E non è tanto il fischio del frustino nell’aria, il colpo che arriva immancabile, il bruciore che ne segue e quell’eccitazione che cresce sfacciata dentro di lei. È più l’idea di dover dire quel numero, sentire la propria voce spezzata dal dolore e dal piacere pronunciarlo nel silenzio della stanza. Sentire la voce di lui che la incita quando non è abbastanza veloce. ‘Numero?’

Sapere quello che succederà dopo. Quando il loro gioco di alunna e professore sarà finito, quando lui la prenderà su quel tavolo e non sarà più il ‘professore’ ma le dirà che questa volta gli è piaciuto da impazzire, che questa volta è stata proprio perfetta. 

Si sposteranno sul letto perché venti sono tante e lei ha bisogno di comodità a questo punto. Lui probabilmente la prenderà da dietro, sia per ammirare la sua carne rossa e striata, sia per farla stare più comoda. Si sazieranno un po’ così e si addormenteranno quasi subito dopo, perché questi giochi richiedono un sacco di fantasia e un sacco di energie. E quando si risveglieranno parleranno fitto fitto di cosa è stato, di come gli è piaciuto, di quello che è stato più o meno bello rispetto alle altre volte. Poi lui la girerà per valutare il danno del suo operato, la cospargerà di creme lenitive e olii e mentre le sue mani scivoleranno sulla sua pelle segnata, si spingerà con le dita unte verso la sua figa, le massaggerà le labbra con la stessa cura con cui le ha massaggiato il sedere, con un gesto accudente più che erotico e lei avrà un orgasmo così forte da non essere più in grado di capire chi è, dove è e perché. E quando si riprenderà sentirà il suo cazzo duro dentro di sé e si ritroverà sovrastata da lui che la prende con foga. E allora un altro orgasmo arriverà e un altro ancora. 

Non è che non sia bello farlo anche ‘normale’. È che quando giocano all’alunna e al professore è proprio un’altra cosa. È per questo che non hanno ancora smesso. 

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