Matrimonio d’estate

Dev’essere una condanna che pende sulla testa degli sposi d’estate, perché il giorno delle nozze, sistematicamente, o piove o fa troppo caldo. Oggi fa troppo caldo, pensa Luca infilandosi a disagio un dito nel colletto inamidato per staccarlo dalla pelle madida del collo e permettere a un po’ d’aria (ma quale aria?) di raggiungere la superficie bollente del corpo, sotto la corazza della giacca scura che già fa tutt’uno con la camicia bianca.

Gran parte della gente è ancora stipata dentro la chiesetta (le signore più sgamate si sono portate appresso ventagli grandi come palmizi, tutti gli altri si sventagliano con qualsiasi oggetto abbia una forma sufficientemente aerodinamica). Lui è fuori con la frangia più sfasciona degli invitati, quelli che nemmeno fingono il minimo interesse alla funzione religiosa, i fumatori e quelli che già si ubriacano al bar che affaccia sulla stessa piazzetta della chiesa.

Finalmente la gente inizia a sciamare, risa e schiamazzi, baci e abbracci, si distribuisce il riso, suspense, gli sposi compaiono sulla porta. Ma Luca non li vede, perché è seduto al bar, a sorseggiare il primo prosecco della giornata. E sono solo le 11.

Prima che il lungo serpente di macchine lucidate per l’occasione si metta in moto verso la destinazione (opportunamente dislocata in piena campagna con pochissima copertura per i telefoni come si conviene ad ogni matrimonio d’estate che si rispetti) Luca fa in tempo ad arrivare al prosecco numero tre. Si infila nella macchina di qualcuno, con la vaga promessa di essere riaccompagnato quando tutto sarà finito, e sceglie con cura il posto vicino al finestrino. La persona che entra dopo di lui gli finisce addosso con poca grazia e Luca si sente schiacciare contro la portiera della macchina. Lei ride e invece di spostarsi si spinge ancora di più contro di lui per far spazio a ben altre due persone: macchine sovraffollate, un altro classico del matrimonio d’estate, quale poliziotto fermerà mai un’auto del corteo degli sposi?

La ragazza gli porge una mano di traverso, impacciata dal poco spazio di movimento, mentre Luca lotta contro l’istinto di aprire lo sportello e darsi alla fuga.
‘Piacere, Ludo!’ dice con una voce da contralto. Ha lineamenti che sembrano immaginati da un disegnatore di fumetti: occhi grandissimi e una bocca larga, non è bella ma decisamente inconfondibile. Ride ancora, come se tutta la situazione fosse estremamente comica invece che terribilmente disagevole. La macchina ingrana la marcia, uno sbuffo di aria calda annuncia l’accensione del condizionatore e Luca preme la fronte contro il finestrino in cerca di una qualche forma di refrigerio. E di evasione.

Comincia un viaggio interminabile durante il quale Ludo, dopo aver capito di aver poche chance con Luca, si rivolge agli altri occupanti della macchina e inizia a raccontare la sua vita. Quello che Luca riesce a sentire, prima di cadere in un sonno malsano fatto di caldo, alcol e movimento, è che Ludo è una delle testimoni della sposa che è infatti una delle sue migliori amiche, e che quello è uno dei giorni più felici della sua vita.

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Il ristorante è una grande cascina in mezzo al nulla, e anche se il caldo in piena campagna non ha niente da invidiare a quello della città, tuttavia la sensazione è meno soffocante.
La prima preoccupazione di Luca è di verificare che Ludo non sia seduta al suo stesso tavolo. La seconda, di appendere accuratamente la giacca allo schienale della sua sedia al tavolo ‘Sardegna’.

Luca non ama i matrimoni (e chi è, di grazia, che li ama?) ma non può negare di iniziare a sentirsi bene: le cicale cantano incessanti in sottofondo, anche se non riescono a sovrastare il vociare degli ospiti, il sole occhieggia tra le foglie delle grandi querce che ombreggiano il prato in cui sono imbandite le tavole bianche, il cibo è buono e il vino non è male. Nella sua personale graduatoria degli ultimi matrimoni a cui è stato costretto a partecipare, questo inizia ad acquistare punti.

Finché non sente una voce sorprenderlo alle spalle: ‘Vieni a ballare?’. Sobbalza prima di girarsi lentamente e vedere Ludo, in tutta la sua inconfondibile figura, stare in piedi dietro di lui, con un braccio allungato in un inequivocabile gesto di invito.

Indossa un vestito leggero (la fortuna delle donne ai matrimoni d’estate!) e Luca riesce a vederla davvero per la prima volta. Vista così, in piedi, in tutto l’insieme, fa decisamente un altro effetto. Il vestito le lascia scoperte un paio di braccia bianchissime che a Luca ricordano un formaggio fresco, le fascia il seno prosperoso (qui l’idea è più quella di un budino) e la vita sottile. Le gambe spuntano svelte e i piedi sono nudi nell’erba tenera.  Il suo viso conserva quella qualità sconcertante dell’estrema sproporzione dei suoi attributi, ma combinata al corpo conturbante fa tutto un altro effetto. Le conferisce una qualità di unicità che sembra appunto, più una qualità che un difetto. Il suo non è un viso che puoi dimenticare, o confondere con nessun altro.

Prende la mano che lei gli tende e la segue docile verso un angolo del prato dove poche persone si muovono al suono di un’orchestrina appena arrivata. Le musiche sono da sottofondo, da accompagnamento al pranzo, Luca non dubita che tutto cambierà quando arriveranno al dolce ma sono ancora soltanto al secondo primo.

Si ferma un attimo indeciso, non è tipo da ballo lui, nessun uomo veramente uomo lo è (questa, per lo meno, è la teoria del suo amico Mario), ma lei ovviamente non si lascia scoraggiare. Cinge il suo collo con le braccia bianchissime e accosta quel corpo da pin-up pericolosamente al suo. Luca inizia a muoversi per mascherare il proprio imbarazzo e per distrarre l’erezione che sente montare a contatto con la pelle di lei. Lei segue i suoi movimenti, sono vicinissimi ma ancora non si toccano. Luca riconosce l’odore del sudore sotto il profumo intenso che indossa, ma non ne è infastidito, al contrario, quello sprazzo di sincerità lo eccita ancora di più. I seni di lei ogni tanto urtano la sua camicia bianca, mentre lui porta le mani sui fianchi di lei, le fa scivolare sulla stoffa morbida del vestito, e leggermente, leggerissimamente verso il basso, verso quella terra di nessuno dove la schiena lascia spazio alle prime rotondità del sedere. Lei se ne deve essere accorta, perché si avvicina ancora di più e a questo punto Luca abbandona ogni illusione: la sua erezione prepotente è inconfondibile e inconfondibilmente imprigionata tra i loro corpi che continuano a muoversi lentamente. Luca fa scivolare la mano ancora di più, adesso l’intero palmo si appoggia sul suo sedere, gli sembra un gesto incredibilmente intimo e possessivo, e l’idea di toccarla così apertamente in pubblico gli manda brividi di eccitazione attraverso il corpo che si ripercuotono sul suo sesso duro e dritto.

La musica cambia, cambia il ritmo, ma loro continuano a muoversi allacciati verso gli alberi al margine della pista. Nessuno ci fa caso, naturalmente, e anche se qualcuno dovesse osservarli, l’impressione che danno è probabilmente quella di una coppia di innamorati in cerca di un po’ di privacy. Niente di più, niente di meno.

Quando arrivano al riparo degli alberi i loro respiri sono affannati e lui ha entrambe le mani ben strette intorno al suo sedere e la attira a sé, non più vergognandosi della propria erezione ma anzi cercando di fargliela sentire il più possibile.

Camminano finché lei non arriva ad appoggiare la schiena contro un albero. Ed è allora che, come una coppia consumata da anni di amore reciproco, si muovono con gesti sapienti. Lei alza il viso verso di lui e le loro labbra coincidono così perfettamente (lui se ne stupisce, ricordando quanto la bocca di lei gli fosse sembrata grande), le loro lingue si mescolano, ma le loro mani non restano indolenti. Lei si solleva la gonna quel tanto che basta, si abbassa gli slip quel tanto che serve, lui si tira fuori il sesso dalla cerniera dei pantaloni. Lei solleva agile una gamba che lui cinge subito con una mano portandosela intorno a un fianco, si abbassa un po’ per entrare dentro di lei, e lei fa forza contro il suo collo e contro l’albero per sollevarsi un po’. Quando lui è dentro, iniziano a muoversi insieme, con lo stesso ritmo, come non avessero fatto altro, tutta la vita, che fare l’amore insieme, contro un albero.

Le loro spinte sono all’inizio lente e profonde, come i loro respiri, poi il ritmo accelera e lei inizia a gemere e lui ad ansimare. ‘Ci sei? Ci sei?’ Le domanda urgente, ma lei stringe ancora di più le mani sulle sue spalle e lui capisce che non ancora ma quasi, e la sente arrampicarsi su di lui, premere su tutti i punti di appoggio per muoversi come vuole lei, la sente trattenere il fiato e stringere i denti, si sente grugnire di piacere e niente gli sembra più appropriato, in quel pomeriggio d’estate, in mezzo a quegli alberi, del suono della loro lussuria, del rumore dei loro corpi uno sopra l’altro, uno dentro l’altro. Poi la sente stringersi e rabbrividire e sa che anche lui può lasciarsi andare. Il piacere è così intenso che si lascia scivolare a terra trascinandola con sé, e il cielo splendente di sole che intravede tra i rami degli alberi gli sembra l’espressione fisica di quello che prova dentro di sé.

Rimangono per un po’ ansimanti, fra le foglie secche e gli aghi di pino, poi si ricompongono. C’è ben poco da rimettere a posto, giusto togliere qualche ago di pino che è finito tra i capelli di lei, e calmare i loro occhi che appaiono troppo eccitati. Ma per quello ci vorrà più tempo.

Si salutano al margine del bosco, prima di dirigersi ai rispettivi tavoli. A lei è capitato il ‘Trentino’.

‘Ti aspetto per il dolce.’ Gli sussurra lei, prima di allontanarsi con un sorriso.

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