La poltrona di pelle

Dopo la saga dedicata all’Anniversary Collection, riprendiamo fiato con un paio di storie di Inachis Io, un triangolo molto sui generis…

IO – LUI

E questo sei tu: il corpo che curi in palestra, le mani forti, lo sguardo basso, a volte implorante.

Vengo a casa tua: è una quasi sorpresa. “Quasi” perché ieri ti ho detto che sarei passata “in giornata”, e ti ho detto cosa avresti dovuto preparare e come avresti dovuto farti trovare. “Sorpresa” perché tra poco è ora di cena, e immagino che stessi pensando che ormai non sarei più venuta.

Invece.

Vedo che mi apri la porta nudo, come volevo. Sono sicura che in cucina ci sarà un cesto di frutta e il vino bianco in frigo.

“Letto o poltrona?”, mi chiedi.

Letto significa che voglio farti stancare, poltrona che voglio rilassarmi.

Lo so, vorresti che dicessi letto. Sono giorni che non lo facciamo e sarai carico di desiderio.

Ti guardo come se avessi passato una giornata infernale e stressante; in realtà sono stata alle terme con Erika, ma tu non lo puoi, non lo devi sapere.

“Poltrona”, ti dico. “Ho bisogno di rilassarmi”.

Ti sento armeggiare in cucina mentre mi tolgo la gonna e gli slip e mi accomodo sulla poltrona di pelle che hai comprato per me, anni fa.

Arrivi con il vassoio, la frutta e il vino. Mi versi un bicchiere, me lo offri. Mi porgi le ciliegie. Ne mangio qualcuna, svogliata.

Ti guardo, mi guardi.

Sai bene cosa devi fare.

Io spalanco lentamente le cosce, tu ti inginocchi e ti avvicini.

“Mi raccomando, senza fretta”, ti dico. Ma già sai come mi piace, ti ho educato con il tempo e ora sai dedicarti al mio piacere esattamente come piace a me.

La tua lingua risale la coscia, si ferma dove sai che preferisco.

Bevo un altro sorso di vino.

Pilucco un’altra ciliegia.

Chiudo gli occhi.

“Ah, aggiungo, per le otto e venti devo andare”.

So che esattamente cinque minuti prima dell’ora tu mi porterai all’orgasmo.

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IO – LEI

E questa è lei, Erika. Arrivo alle otto e trenta precise. Non ama che ritardi e non ama nemmeno le sorprese. Preferisce piuttosto che io sia disponibile e affidabile. È stata forse la prima cosa che mi ha chiesto, dopo una notte passata a fare l’amore e a scoprire – io – il piacere di essere sottomessa.

“Sei puntuale”, osserva come se fosse impossibile il contrario. “Vai a cambiarti”.

“Cambiarti” per Erika significa che troverò sul suo letto, perfettamente rifatto, un pacchetto per me. A volte contiene un reggiseno, altre volte un baby doll, altre ancora un plug anale. Ogni tanto c’è la sua vestaglia. Quello che trovo sul letto, devo indossare. Nulla di meno, nulla di più.

Oggi il letto è completamente sgombro. Significa che mi vuole nuda. E un po’ me l’aspettavo perché oggi pomeriggio alle terme non mi toglieva gli occhi di dosso. Ha voluto guardarmi mentre mi cambiavo, poi sotto la doccia. Anche se il suo ruolo le impone di non lasciarlo vedere, il suo desiderio era evidente. Quando ci siamo separate, mi ha detto solo “alle otto e trenta”.

Torno di là, nuda come mi ha chiesto. Lei è in cucina, mi chiede se ho già mangiato.

“Solo della frutta”, rispondo.

“Non è ancora pronto”, mi dice mettendo qualcosa nel forno. “C’è una cosa di cui ti occuperai prima. Vai in sala”.

Entro nella grande stanza bianca, sapendo già cosa vorrà da me.

In una parete c’è una poltrona di pelle, molto simile a quella che su cui ero seduta poco fa. Davanti ha un poggia piedi, pure in pelle. È lì che mi dovrò sedere per occuparmi di Erika fino a quando il timer del forno non suonerà.

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