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Il primo giorno – Una storia in quattro parti (3)

La prima notte l’hanno trascorsa così e la seconda così

Sono quasi due ore che è seduto alla grande scrivania del suo ufficio, ma è riuscito a smaltire ben poco della mole di lavoro che ha in programma per la giornata: i ricordi della sera precedente continuano a riaffiorare improvvisi, come flashback in un film: il suo viso coperto dalla maschera, i suoi gemiti di piacere, le sue espressioni di godimento. E non bastano i ricordi, c’è l’eccitazione mista ad ansia per la notte a venire, e per tutto quello che ha in mente di fare con lei.

Il rumore del telefono che  vibra sulla scrivania interrompe le sue fantasie. Riconosce immediatamente il numero, anche se non l’ha registrato.

‘Mi dica.’
‘La signora ha lasciato l’albergo.’
‘Grazie.’

Chiude la comunicazione e torna a fissare il grafico sullo schermo del computer: non sembra avere alcun senso.
Riprende in mano il telefono e preme sul numero in cima alla lista.

‘È ancora in tempo per seguirla?’

Rumore di passi, una porta che si apre.

‘Sì.’
‘Perfetto, la contatto appena sono in zona.’

Chiude la chiamata e, ad una ad una, tutte le finestre sullo schermo del computer. Solleva la cornetta del telefono.

‘Tina? Mi prendo il resto della giornata libero. A domani.’

Mentre riaggancia la cornetta si rende conto di non aver mai pronunciato una frase del genere in tutta la sua vita.

***

La giornata è uggiosa, è un autunno un po’ ingrato, lo dicono tutti, e lei si stringe nel trench leggero. Sotto indossa un abito di chiffon nero a pois bianchi, praticamente un velo inutile. Ma soprattutto un velo che rende necessario l’utilizzo di una biancheria coordinata, reggiseno e culotte, ben visibili sotto la trasparenza del vestito: una scelta che l’ha molto stupita: non è da lui.

Mentre osserva senza vederle le vetrine delle piccole boutique eleganti, già illuminate nella luce grigia del mattino, si domanda se sia venuta prima la scelta dell’abito o quella della biancheria e cosa possa significare tutto cio’. E non è una domanda che la lascia indifferente.

Finalmente scorge l’insegna di un bar ed entra veloce, contenta di sfuggire all’aria rigida del mattino e ai suoi pensieri. Dentro l’atmosfera è calda e piacevole: data l’ora tarda il posto non è troppo affollato e decide di sedersi. Il cameriere si materializza al momento opportuno e lei può ordinare una brioche e un caffè nero bollente.

Mentre si domanda se la sua mise sia adatta al luogo, il cameriere torna con suo il ordine e, con un sorriso, inizia a imbandire il tavolo rotondo, da ultimo appoggia il piattino con la tazzina del caffè e lo gira in modo che il piccolo cioccolatino a forma di cuore sia ben visibile. Lei solleva lo sguardo a ringraziarlo e lui le sorride di nuovo.

Quella gentilezza le dà il coraggio di liberarsi del soprabito, si guarda intorno un po’ nervosa, ma la poca clientela elegante non sembra trovarla particolarmente scandalosa. Finalmente rilassata, si rende conto di avere fame, moltissima fame. Stacca un pezzo voluminoso di brioche e se lo porta alla bocca: la pasta è ricca e morbida, con un lieve sentore di vaniglia, la parte superiore, dorata, è croccante sotto i suoi denti.

‘Permetti?’

La voce la fa sobbalzare e quando alza il viso rimane senza parole: lui è in piedi, davanti al suo tavolino e sta già scostando la sedia per sedersi, senza aspettare il suo permesso. Anche perché  lei non sarebbe in grado di accordarlo.

E così, in un attimo e in un boccone di brioche, la fame è già passata.

***

Trascorrono il resto della giornata a passeggiare sotto i portici della città, lui le cinge le spalle con un braccio e basta quel contatto a non farle sentire più il freddo. Poi la porta a pranzo in un posto che solo lui conosce, una di quelle trattorie con le tovaglie a quadri e i grissini per antipasto. E anche se il suo vestito, qui, è decisamente più fuori posto che nel bar del quartiere elegante, lei non ha il minimo imbarazzo a liberarsi del suo soprabito e nemmeno a camminare fra i tavoli, fondamentalmente in culotte e reggiseno, quando va in bagno. Si guarda allo specchio, dopo essersi lavata le mani, e si vede felice.  Tira fuori il telefono e si scatta una foto, perché non se la vuole scordare la faccia della prima giornata che passano insieme.

Parlano a lungo, amabilmente, dopo aver finito di mangiare. Poi lui le prende la mano e le dice:
‘Vieni, è ora di andare.’ E lei sente un brivido percorrerla a quel contatto: la giornata è finita e lui la sta guidando verso la notte.

***

Quando arrivano in albergo, realizza che nello stupore del momento non si è preoccupata di chiedergli come ha fatto a trovarla, quella mattina al bar.
‘Avevo voglia di vederti e sono venuto in albergo, mi hanno detto che eri uscita e, visto che era ora di colazione, ho pensato di cercarti in un bar. Sono stato fortunato.’
Le rivolge un sorriso e un’alzata di spalle, ma sa bene di non averla convinta.

Entrano in camera e lei si dirige, automaticamente, verso il tavolo. La valigia è aperta nella stessa identica posizione in cui si trova da due giorni ormai, con tutto il suo peccaminoso contenuto ben visibile, ma è subito evidente ai suoi occhi che ci sono dei vuoti nello spazio meticolosamente calcolato per ogni oggetto. Si volta veloce verso di lui, qualcuno deve aver rubato… ma appena incrocia il suo sguardo capisce. Lui le rivolge un sorriso complice, la prende per mano e la conduce verso il letto e lì, sul candore della coperta bianca, spiccano tre oggetti. Lei si sente attraversare da un brivido mentre capisce, adesso, la scelta del vestito e, soprattutto, della biancheria.

‘Comincio a scaldarti un po’’ Dice lui con un tono di voce neutra, cercando di apparire normale mentre sente invece il sesso ingrossarsi nei pantaloni.
Si sposta dietro di lei, appoggia una mano sui suoi fianchi e fa scorrere l’altra lungo la sua schiena (la sua pelle è calda sotto lo chiffon impalpabile) e, quando raggiunge il collo la spinge lentamente ma con forza. Lei segue docile il suo movimento e si china in avanti, fino ad appoggiare la guancia sulla coperta bianca.
Lui le accarezza i capelli un istante, poi le si china sul suo orecchio e le sussura:

‘Voglio che resti così, non ti muovere.’

Lei annuisce, le labbra dischiuse in un sorriso. Lo sente sollevarle il vestito in modo da esporre le gambe, il sedere e parte della schiena. Lo sente abbassarle le culotte fino a metà coscia.

Vede la sua mano raggiungere uno dei tre oggetti disposti sulla coperta vicino al suo viso, la vede esitare un attimo, poi afferrare la spatola di pelle. Allora chiude gli occhi.

Passa un tempo interminabile in cui lei sente il proprio respiro affannarsi eccitato in attesa di quello che verrà e lui contempla la visione di lei, piegata davanti a lui, esposta, vulnerabile. Il primo colpo risuona con uno schiocco nella stanza silenziosa e lei, che non se l’aspettava così forte, allunga le mani sul letto per recuperare l’equilibrio. Il secondo colpo arriva con lo stesso rumore e la stessa intensità e lei si lascia sfuggire un gemito, deve abituarsi a quella cosa, ma il cuoio della spatola la colpisce dove la pelle è già infiammata da due notti di trattamenti simili.

Lui la osserva arrossarsi e aggrapparsi al letto e sente un desiderio irrazionale di colpirla sempre più forte. Quando le sue grida sovrastano il rumore dei colpi capisce che ha raggiunto il limite. Allunga una mano verso di lei, fa scivolare un dito nella sua cavità vellutata e la sente completamente bagnata, il suo corpo non smette di sconvolgerlo.

Si avvicina al suo orecchio e le sussurra di nuovo

‘Non ti muovere.’

Lei sente le ginocchia cederle e vorrebbe scivolare per terra, ma lui in un attimo è di nuovo dietro di lei e la sua mano si posa fresca sulla sua carne in fiamme. Con sollievo si rende conto che le sta spalmando una sostanza fredda e gelatinosa sulla pelle arrossata, il suo tocco è leggerissimo eppure così sensuale, soprattutto quando si insinua tra le pieghe della sua carne, a cercare la parte più privata del suo corpo. Le sue dita la accarezzano ovunque, ma tornano sempre lì e dopo un po’ lei comincia a notare l’insistenza. Sente un rumore leggero sulla coperta e dopo un istante qualcosa contro il suo corpo. Ah, ha capito tutto adesso, pensa mentre si spinge vogliosa verso di lui: ha preso il lungo oggetto con le quattro sfere e lentamente lo sta infilando dentro di lei. Nella sua cavità più piccola e ristretta.

Sente le sfere scivolare, una dopo l’altra, poi sente le mani di lui sollevarle le culotte e rimetterle a posto, abbassarle il vestito, aiutarla a sollevarsi dal letto.

Lei ha gli occhi febbrili e le guance in fiamme.

‘Vieni’ le sussurra, ‘È ora di cena.’

***

Ha scelto un piccolo ristorante vicino all’albergo, uno che hanno potuto raggiungere a piedi. L’idea che lei che gli cammina di fianco abbia quell’oggetto infilato dentro il corpo gli procura un’eccitazione costante, che spera non sia troppo evidente attraverso i vestiti. Lei è rimasta interdetta quando lui le ha proposto di uscire, ma non gli ha detto di no, non gli dice mai di no. Ha mosso alcuni passi incerti nella suite dell’hotel e quando si è resa conto che l’oggetto non le procurava alcun impedimento, ha preso la borsetta e il soprabito e si è diretta verso la porta.

Adesso siedono al bancone del ristorante, uno di quei posti dove si può bere e mangiare qualcosa prima di procedere al tavolo, o meglio, lui siede. Lei si appoggia con nonchalance all’alto sgabello: l’oggetto che è dentro di lei termina con una specie di pomello in metallo che renderebbe decisamente poco piacevole sedersi in maniera più tradizionale. Non si dicono molto, sorseggiano le loro bevande, un negroni sbagliato lui, un bicchiere di vino bianco lei, e si guardano negli occhi. Il posto è piccolo e affollato e lei viene spinta più volte contro di lui. E, ogni volta che va a finire contro il suo corpo sente la sua erezione, pronta per lei.

Finamente un cameriere si avvicina
‘Se i signori vogliono sedersi, si è liberato un tavolo.’
Lui si rivolge a lei,
‘Che dici, vuoi sederti?’
Un sorriso impercettibile.
‘Non stasera.’
‘Non stasera, grazie.’ Ribadisce lui al cameriere.

***

Quando tornano in albergo c’è un ultimo oggetto ad aspettarli sul letto: è un vibratore con due estremità, una più spessa e lunga e una più piccola e corta. Lui la fa sedere sul letto, le strappa il vestito leggerissimo di chiffon e le toglie le culotte nere.
‘E questo è tutto quello che ti tolgo per il momento.’ Dice mentre si versa del lubrificante sulle dita e inizia a cospargere il vibratore e ad accarezzare il suo sesso.
Lei si allunga sul letto, sinuosa come un gatto.

Lui fa scivolare il vibratore dentro di lei e lo accende. La sensazione di pienezza che prova è soverchiante, ciascuna vibrazione sembra risuonare dentro di lei amplificata dalle sfere che la riempiono. Si trova più volte sull’orlo dell’orgasmo, il corpo scosso da fremiti incontrollabili. Poi finalmente sente il piacere strabordare come un vaso troppo colmo e raggiungere ogni fibra del suo essere. È allora che lui inizia a toglierle lentamente le sfere, una ad una, e il suo orgasmo sembra non finire mai.

Proprio come quella notte.

La prima notte
Eyes wide shut
Il primo giorno
La sorpresa

Chi è Valentina Grandi

Pugliese di nascita, milanese di adozione, Valentina vive al quarto piano senza ascensore. Sarà per questo che ha scelto un lavoro che può fare anche da casa. Ama i negozi vintage, i vecchi cinema e Milano.

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