Puoi ascoltare la storia qui:
Ci siamo lasciati da due mesi e sono esattamente due mesi che non lo sento. Questo non vuol dire, ovviamente, che non lo pensi ogni momento delle mie giornate. O che non lo sogni la maggior parte delle mie notti.
Ci sono sogni e sogni. Ci sono mattine in cui mi sveglio angosciata perché ho rivissuto il trauma della nostra rottura e, più spesso, mattine in cui mi sveglio bagnata perché ho rivissuto l’intesa dei nostri incontri intimi. La stretta delle sue mani su di me, la foga delle sue spinte, la sua voce bassa e calda, un po’ roca di sigarette, che mi sussurra sconcezze alle orecchie. La sua fantasia perversa che sa sempre come rendere intrigante anche la più innocente delle situazioni, che sembra pensare sempre e solo al sesso.
È stata una storia travolgente la nostra ma, come succede spesso in questi casi, come facciamo scintille sotto le lenzuola, così accade sopra. Nessuno dei due è un tipo ragionevole, di quelli che ammettono le proprie colpe e chiedono scusa. Siamo due teste calde, infantili e orgogliosi e le litigate tra di noi sono all’ordine del giorno. Certo, questa è la prima volta che durano due mesi.
Io sono passata un po’ attraverso tutte le varie fasi della separazione: la rabbia, il senso di liberazione, il senso di abbandono e sono entrata ufficialmente nella fase disperazione. Sono più giorni che contemplo l’idea di mandargli un messaggio: non resisto più senza di lui, il mio corpo ha bisogno di sentire il peso del suo addosso. Ho bisogno delle sue carezze invadenti, della sua bocca bollente su di me, ho bisogno di sapere cosa la sua mente perversa ha in serbo per noi.
L’idea che tutto questo possa non essere più, per sempre, non mi ha sfiorata nemmeno per un attimo mentre ci scambiavamo le più feroci invettive e accuse, ma in questi giorni sento mancarmi la terra sotto i piedi e inizio a temere che l’irreparabile sia successo.
Per questo, quando il mio telefono si illumina e realizzo che si tratta di un messaggio da parte sua, provo un’emozione così forte che ho bisogno di sedermi. Mi sento il cuore piombare sotto i piedi e, subito dopo, sento un enorme calore irradiarsi dentro di me e trasformarsi subito in eccitazione. Non ho ancora letto il messaggio, non so ancora cosa mi voglia dire, ma so già che questa attesa è stata infinita per lui come per me e che finalmente ci vedremo. Come questo accadrà, ancora non lo so. Ho aspettato talmente a lungo questo momento che voglio assaporarlo fino in fondo. Soprattutto, voglio sfruttare la genuina eccitazione che sento e che, da quando sono entrata nella fase disperazione, mi ha completamente abbandonata. Mi abbasso velocemente i pantaloncini che indosso e gli slip, allungo una mano nella borsetta dove tengo sempre con me il mio vibratore preferito, lo accendo e me lo accosto direttamente sul clitoride. L’orgasmo mi travolge dopo pochi istanti e mi conferma: 1. Che sì, il mio corpo funziona ancora. 2. Che il potere che lui ha su di me non è affatto diminuito, anzi.
Sono più calma adesso e posso prendere il telefono in mano e leggere il famoso messaggio.
‘Ho bisogno di scoparti.’ Dice così, dritto al punto. L’ho detto che non pensa ad altro che al sesso. ‘Vieni da me stasera quando ti va.’
Una vera testa di cavolo, penso tra me e me (tra me e me, uso un termine più esplicito). Cosa gli fa credere che abbia voglia di vederlo? Che anche io abbia voglia di scoparlo. Ma, chiaramente, ha perfettamente ragione. E lo sa.
Decido di non rispondere, lo voglio lasciare in sospeso il più a lungo possibile. Lui non mi scrive altro. La giornata è interminabile. La passo in un alternarsi frenetico e schizofrenico di attività convulse (Devo depilarmi! Devo scegliere cosa mettere! Devo fare una maschera!) a momenti in cui mi assopisco in un dormiveglia sensuale, in cui pregusto il nostro incontro e faccio confusi sogni erotici che terminano con lui che mi dice che non mi vuole vedere più.
Finalmente arrivano le sei di sera e non mi trattengo più. Indosso un paio di jeans che lasciano davvero poco all’immaginazione, una maglia ampia e morbida che mi copre il sedere ma che sottolinea il fatto che non indosso il reggiseno, raccolgo i capelli in una coda morbida e scomposta da cui ricadono ciocche qua e là. Mi trucco intensamente gli occhi ma lascio libere le labbra, ho troppa voglia di baciarlo, afferro la mia borsetta, quella con ancora dentro il vibratore ricoperto dei miei umori e mi avvio verso quella strada che ho accuratamente evitato per due interminabili mesi.
Quando arrivo alla villetta bifamiliare dove abita, non trovo niente di diverso. Spingo il cancelletto, sento il familiare rumore della ghiaia sotto le mie scarpe e suono il citofono. Non passa nemmeno un attimo e la porta si apre. Mi stava aspettando. Mi impongo di salire le scale con calma, un po’ perché non voglio sembrare troppo desiderosa di vederlo, un po’ perché il cuore mi batte così all’impazzata che mi manca il fiato. Le scale di casa sua mi accolgono con il consueto odore, così familiare e basta quello a farmi bagnare. O forse ero già bagnata quando sono uscita di casa.
Lui è sulla porta, appoggiato di lato, con quella faccia da cavolo (di nuovo, dentro di me uso un altro termine) che vorrei prendere a schiaffi e un sorriso vago sulle labbra.
Mi fermo un attimo a riprendere fiato: ci fissiamo negli occhi e ci sorridiamo. La gioia di vedersi è più forte di qualsiasi litigio. Il mio sguardo si ferma sulle sue labbra, sono carnose e hanno una forma che gli dà un’aria sempre imbronciata. Calamitano la mia attenzione. Il suo sguardo invece mi ha fatto la radiografia e si è fissato sulle mie tette. Sono piuttosto grandi e il fatto che non ho su il reggiseno non può essergli sfuggito.
Allunga una mano verso di me e la chiude intorno al capezzolo che si intravede sotto la maglia leggera.
Non ci siamo ancora detti niente. La stretta delle sue dita intorno al mio capezzolo turgido mi trasmette una scarica che arriva dritta dentro di me e mi fa contrarre il sesso in uno spasmo di piacere. Emetto un piccolo gemito e non posso fare a meno di abbandonare la testa all’indietro.
‘Shhh’ Sussurra lui, ironico. Ma continua a tormentarmi e anzi fa scorrere la mano su di me e la infila sotto la maglia. Lo sento percorrere la mia pelle nuda e le sue dita grandi e un po’ ruvide si chiudono di nuovo attorno allo stesso capezzolo. Un nuovo gemito sfugge alle mie labbra e lui ripete il suo invito al silenzio. So che al piano di sotto abita la madre, eppure non ci spostiamo dalla soglia di casa, io non ho la forza per muovermi di un centimetro. Sinceramente, in questo momento, tutta la mia attenzione è concentrata sulle sue dita che, con maestria e semplicità tormentano una delle parti più sensibili del mio corpo di donna.
‘Due mesi che non ci vediamo e ti presenti da me nuda. Quanto mi conosci bene.’ Io inizio a gemere di più, perché le sue dita non si fermano, ma continuano a stringere, e quando mi sembra di non poterlo sopportare più, mi lasciano per un attimo, e poi mi riprendono e il piacere e il dolore tornano insieme, in un istante e io mi lascio sfuggire altri gemiti. Si susseguono adesso a una frequenza preoccupante. Non per lui.
‘Brava così, fai sentire a tutti come godi.’ Mi incita con quella sua espressione sorniona.
Con un movimento lento e fluido, mi attira a sé, mi solleva la maglia senza toglierla e le sue labbra bollenti mi avviluppano il capezzolo, sempre lo stesso, provocandomi una scarica di piacere che penso di non poter sopportare.
Non posso più pensare che la madre, se è in casa, non senta le mie espressioni di piacere perché, senza che lui abbia sfiorato nessun’altra parte del mio corpo, sento l’orgasmo avvicinarsi.
Lo imploro a questo punto: ‘Sì, sì, fammi venire!’ Lo sento sorridere su di me, lo sento stringermi il sedere e attirare il mio bacino al suo: lo sento duro come una roccia.
‘Vieni per me.’ Mi sussurra caldo all’orecchio e io mi lascio andare a un’ondata di piacere che mi farebbe cadere per terra se non ci fossero le sue braccia forti a sostenermi.
Quando torno in me, mi rendo conto di essere seminuda, sconvolta, sulla sua porta di casa.
‘Allora dillo che ti sono mancato.’ Sorride avvicinando le sue labbra alle mie. ‘Testa di cavolo.’ Ribatto prima di baciarlo.
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